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Archeologia, il “Principe” delle Arene Candide morì per l’aggressione di un animale feroce, ma non sul colpo. Un nuovo studio racconta di ore di agonia

La celebre sepoltura gravettiana delle Arene Candide torna al centro della ricerca: nuove analisi indicano che l’adolescente fu aggredito da un grande carnivoro, con segni compatibili con un attacco e una sopravvivenza breve prima della morte. I resti e il corredo, con conchiglie, ciondoli in avorio e una lama di selce, sono custoditi al Museo Civico di Archeologia Ligure, a Pegli

C’è un ragazzo del Paleolitico superiore che da oltre ottant’anni continua a interrogare archeologi e antropologi: è il “Principe” delle Arene Candide, l’adolescente sepolto in Liguria con un corredo straordinario, tanto ricco da avergli cucito addosso, in tempi moderni, un soprannome regale. Oggi quel soprannome torna al centro di una rilettura che non riguarda il prestigio, ma la morte. Un nuovo studio pubblicato nel 2025 firma un cambio di passo: non solo conferma che alcune lesioni erano avvenute attorno al momento del decesso, ma aggiunge indizi inediti che rendono più credibile l’ipotesi più dura, quella di un assalto da parte di un grande carnivoro, con l’orso come candidato più plausibile.

La ricerca è stata condotta da Università degli Studi di Cagliari, Università degli Studi di Firenze, Università degli Studi di Genova e Università di Pisa insieme alla Soprintendenza ABAP Liguria e al Museo Civico di Archeologia Ligure, con la collaborazione dell’Université de Montréal e del New Mexico Consortium. I risultati sono stati pubblicati sul Journal of Anthropological Sciences e vengono presentati come un passo decisivo perché, oltre a riconsiderare lesioni già note, porta nuovi indizi compatibili con la “firma” di un predatore.

Il lavoro, guidato da Vitale Stefano Sparacello insieme a Irene Dori e a un gruppo internazionale di studiosi che include anche Patrizia Garibaldi e Julien Riel-Salvatore, parte da un dato noto fin dallo scavo del 1942: al “Principe” mancavano porzioni importanti della mandibola e della spalla sinistra, e già allora qualcuno ipotizzò che potesse essere stato aggredito, forse da un orso. Quell’idea, però, era rimasta più una narrazione ripetuta che una ricostruzione verificata in modo sistematico. Gli autori hanno quindi rimesso mano al corpo, osservando in dettaglio le lesioni note e cercando nuovi segni compatibili con un attacco animale.

Il punto centrale è che le lesioni principali, alla mandibola e alla regione della spalla, risultano coerenti con un trauma avvenuto “peri-mortem”, cioè attorno al momento della morte. Ma la novità non si ferma qui: lo studio identifica anche altri possibili danni collegabili allo stesso evento violento, con segnali sul cranio, sulla dentizione e, con prudenza, persino su tratti della colonna cervicale, un quadro che rafforza l’idea di un’aggressione devastante. A questo si aggiungono due indizi che, nella logica taphonomica e forense, pesano molto: una marcatura lineare sul parietale sinistro e una depressione puntiforme sulla fibula, letta come un segno compatibile con la pressione di un oggetto conico, come un dente. In altre parole, non solo fratture e mancanze ossee, ma anche tracce che assomigliano a ciò che lasciano denti o artigli.

Da qui la conclusione: la spiegazione più parsimoniosa è una “morte per sbranamento” da grande carnivoro, e l’orso, tra orso bruno e orso delle caverne, resta l’ipotesi più convincente. Gli autori sono chiari nel dire che un’identificazione definitiva dell’animale non è semplice, perché le dimensioni e le forme di certi segni possono sovrapporsi tra specie diverse, e perché i resti sono stati restaurati e sono coperti di ocra, cosa che limita analisi più invasive. Ma il pattern complessivo delle ferite, per come viene argomentato, spinge più verso un attacco d’orso che verso altre spiegazioni come una caduta o una violenza tra umani.

C’è poi un dettaglio che cambia completamente l’immagine finale del “Principe”: non sarebbe morto all’istante. L’analisi microscopica delle superfici ossee suggerisce che il corpo abbia iniziato un processo di reazione biologica alle ferite, un inizio di guarigione che, secondo gli autori, indica una sopravvivenza breve ma reale, nell’ordine di uno o due giorni. La stima proposta è prudente, ma è potente: 48 ore, forse 72. Significa un ragazzo ferito in modo terrificante, sfigurato, ma ancora vivo abbastanza da far pensare che il suo gruppo abbia assistito a un’agonia lunga, in un tempo in cui salvare qualcuno da traumi al volto, al collo e alla spalla era quasi impossibile.

Lo studio porta anche un altro tassello che rende la storia ancora più tragica: il “Principe” mostrava già segni di traumi più antichi ai piedi e alla caviglia, tra cui una frattura al quinto dito del piede sinistro e una lesione compatibile con osteocondrite dissecante dell’astragalo destro. Sono ferite che, in un foraggiatore adolescente, potevano significare dolore, difficoltà a correre, limiti nel muoversi, e gli autori le leggono come un elemento coerente con l’idea che, nella preistoria, le lesioni agli arti inferiori potessero ridurre la capacità di sopravvivere a lungo. Non è detto che quelle ferite abbiano “causato” l’attacco, ma nel racconto scientifico aggiungono un’ombra: la vulnerabilità non è solo nella notte dell’aggressione, ma anche nella traiettoria del corpo prima di quel giorno.

E allora torna la domanda che accompagna da sempre questa sepoltura: perché un corredo così ricco? Gli autori ricordano che il “Principe” fu deposto supino su un letto di ocra rossa, con un insieme di ornamenti e oggetti che, nel Gravettiano (una cultura del paleolitico superiore, diffusa tra 33.000 a 24.000 anni dal presente), sono rarissimi e indicano un investimento enorme di tempo e risorse. La lettura proposta è affilata: non per forza un “principe” nel senso sociale moderno, ma un individuo coinvolto in un evento eccezionale, una morte eccezionale, che avrebbe richiesto una risposta rituale eccezionale. In questa chiave, la ricchezza del corredo non sarebbe la prova di una gerarchia, ma la traccia di una comunità che prova a “dare forma” a qualcosa di ingestibile, la violenza della natura e la lunga agonia di un ragazzo.

Oggi i resti del “Principe” e il suo corredo funerario, composto da conchiglie, ciondoli in avorio e una lama di selce, sono custoditi presso il Museo di Archeologia Ligure, dove quella sepoltura continua a parlare, non come un’icona immobile, ma come un caso ancora capace di cambiare significato alla luce di nuove analisi. E forse è proprio questo l’aspetto più inquietante e più umano della scoperta: anche nel Paleolitico superiore, dietro un corredo spettacolare, può esserci semplicemente una comunità che prova a stare vicino a un ragazzo ferito, per ore, prima della fine.


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